Editoriale
di Alberto Albertini
Biomedicale. Il settore beneficia anche di una parola indovinata, magica perché ne unisce due altrettanto potenti e oggi sulla bocca di tutti: bio come biologico, sano, naturale, e medicale come la tecnica che ci permetterà di vivere meglio e più a lungo, senza dolore e più belli.
A parte il fascino linguistico della parola, nonostante la crisi la nostra salute e la relativa ricerca, l'aspettativa di vita, la prevenzione e la cura hanno sempre la priorità. Quando si cita la famosa frase "Dio è morto", non bisogna dimenticare gli effetti nella vita quotidiana di una riflessione filosofica che sembrava la provocazione di un esaltato. Con Dio muore il risarcimento postumo nell'aldilà, muore il sacro e il mito a favore della scienza e della prova empirica, a favore di ciò che esiste ed è tangibile. Muore l'ultraterreno perché non si vede e non è verificato, preferendovi il qui e ora.
Se non resta che questa vita, dobbiamo prolungarla il più possibile, viverla al meglio, con vigore e benessere, in forma e in salute. Il rischio è che la vita chieda altra vita, in una bulimia spesso incontrollabile, che a volte degenera e dimentica la fisiologia. Dio è morto e l'uomo, se proprio non ne prende il posto almeno ci prova, entra nel meccanismo e nel codice di base della creazione forzando la natura a suo favore.
Il biomedicale è un settore innovativo dove l'Italia è sottostimata a livello di percezione, di stima nel senso di credito e previsione. Eppure, come per le energie rinnovabili, i numeri ci vedono protagonisti: terzi in Europa, con la Lombardia che da sola conta più della metà del settore nazionale, Brescia e Bergamo in testa. In questo primato è fondamentale la nostra storia locale "meccanico-metallurgica": sappiamo coniugare applicazioni e materiali, e soprattutto riusciamo a tradurre concretamente i processi, rendiamo operative le idee. Anche perché l'industria è affiancata da tempo da una università forte, con il CSMT nel mezzo a fare da trait d'union, da mediatore e facilitatore.
Vorrei pormi ad un'equa distanza dall'impertinente e dal pendolare Brescia-Milano: dobbiamo aiutare i nuovi industriali che lottano per passare dal manometro al nanometro, ma non possiamo abbandonare (oserei dire rinnegare) la nostra natura.
È facile lasciarsi sedurre dalle parole: biomedicale, biotecnologie, network e cluster. Ma non è semplice convertire le aziende, passare dal crogiuolo alla camera bianca. E soprattutto, che si tratti di trasformazione, evoluzione o start-up, l'azienda deve fare profitto, ha regole fondamentali indipendentemente dal settore.
Ricordo una domanda emblematica che un imprenditore metalmeccanico aveva rivolto ai nuovi direttori, dopo aver trasformato la sua azienda da padronale a manageriale: "Chi si preoccuperà di spegnere le luci a fine giornata, chi farà il giro dell'azienda la sera per controllare che sia tutto a posto?". I dirigenti avevano sorriso, immagino con benevolenza verso l'ingenuità di quella visione antiquata, e avevano risposto: "Con tutto quello che ci sarà da fare lei pensa che avremo il tempo per controllare le luci? Delegheremo qualcuno". Era in realtà una domanda metaforica, simbolo di una sensata preoccupazione dell'imprenditore e fondatore: temeva che l'azienda si snaturasse, che i nuovi gestori perdessero di vista molte procedure, consuetudini, ma anche esperienze e conoscenze, ritenendole inutili e obsolete. Ben vengano nuovi settori e metodi, nuove tecnologie e professioni. Ma senza dimenticare il buon senso.
Alla fine la new economy è stata letterale: un nuovo modo di fare economia, non soltanto una nuova tecnologia. Un modo non proprio profittevole e lungimirante se pensiamo alla crisi che ne è derivata. Qualcuno, la sera, doveva preoccuparsi anche di spegnere la luce.
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